Lasciammo l'appartamento di Charles e ci dirigemmo alla Mercedes di papà. Arrivammo alla reggia dove si teneva il party in poco meno di venti minuti. La reggia era stile classico, illuminata in modo da risaltarne la bellezza. Rimasi a bocca aperta. Ero abituata allo sfarzo di quelle feste ma ogni volta rimanevo esterrefatta.
«Ultima cosa ragazzi: ci saranno diversi personaggi famosi, non osate chiedere l'autografo».
Personaggi famosi? Ero finita in una favola. Ovviamente erano personaggi famosi legati al mondo dello sport e diciamo che non era il mio mondo preferito. Non come Charles. Mi capitava ogni tanto di guardare qualche gara di Formula 1 e Moto GP perché mi appassionavano i motori. Ma gli altri sport non erano nelle mie vene. Era già tanto se conoscevo i nomi di alcuni calciatori.
Al contrario, Charles era un fan di qualsiasi sport esistente sulla terra. Mi aveva stupito infatti il fatto che scegliesse di studiare giurisprudenza e non giornalismo come mamma e papà. Sarebbe stato davvero ottimo in quel campo.«Signori Hill, accomodatevi pure» disse la guardia all'ingresso, la quale ci diede dei braccialetti, a me rosso e verde a mio fratello e ai miei.
«Scusate, perché io rosso e voi verde? » chiesi. La maggior parte delle persone nella sala aveva il braccialetto verde e solo qualche ragazzo giovane aveva il braccialetto rosso.
«Perché sei minorenne, tesoro. Almeno sanno che se chiedi qualche alcolico non te lo possono servire... ». Aveva un senso quello che disse mamma. Però, non mi sarebbe servito. Non avrei toccato una goccia d'alcool per tutta la sera.
Mamma e papà parlarono con diversi amici e con qualche calciatore di cui non sapevo il nome. Col passare degli anni erano diventati anche amici di alcuni personaggi del mondo dello sport. Avevano infatti in rubrica molti loro numeri, i quali Charlie cercava sempre di rubare. Mi ricordo un giorno in cui mamma, appena tornata a casa da una partita a Parigi, parlava al telefono con un calciatore del PSG e mio fratello, per quasi settimane intere, cercò di prendere il suo cellulare per trovare quel numero di telefono. Si arrese non appena capì che ogni sforzo era inutile. Camminando e spostandoci da una persona all'altra sentivo molto sguardi puntati addosso e dei sorrisi troppo perversi per poterli descrivere. Gli uomini presenti erano per lo più spossati o vecchi. I ragazzi più giovani invece erano figli d'arte impegnati con qualche modella o personaggi famosi che non prestavano attenzioni a nessuno se non a loro stessi.
«Mi è piaciuto molto il servizio che avete fatto settimana scorsa sulla partita». La maggior parte delle conversazioni era un complimentarsi ai miei genitori per il loro lavoro. Che palle!
«Oddio, l'hai visto? » Charles corse da me e mi indicò chi avrei dovuto aver visto. Non mi sembrava nessuno di importante.
«Seria? È il calciatore del Liverpool». Mio fratello sembrava un bambino che aveva appena visto un sacchetto di caramelle.
«Ah...» dissi. Continuavo a non sapere chi fosse.
«Lascia perdere, parlare con te è come parlare con un muro». Prima che potessi ribattere, una mano afferrò la spalla di mio fratello ed entrambi ci girammo.«Ehi, Archie. Come va? ». Archie ci salutò entrambi calorosamente e non mancò di farmi i complimenti per la mia bellezza e io arrosii come una stupida.
Era figlio di alcuni colleghi dei nostri genitori e ogni volta che erano in giro per il mondo ci ritrovavamo insieme. Siamo cresciuti così, ognuno nella casa dell'altro. Archie e Charles con il passare degli anni erano diventati migliori amici. Sempre impegnati in qualche festa o a rimorchiare qualche ragazza. Avevo avuto una cotta per Archie in passato,e una parte di me un debole per lui ce lo aveva ancora. Ma sapevo che lui mi vedeva più come una sorellina che come una ragazza con la quale avere una relazione. Archie e Charlie cominciarono a parlare del calciatore famoso, di cui non avevo ancora capito il nome, e io mi diressi al bar.
«Un'acqua tonica, grazie» dissi al barman. Mi guardai un attimo attorno e non potei far a meno di osservare che la maggior parte delle donne presenti, che avevano quasi più di cinquant'anni, erano come ammaliate dalla maggior parte dei camerieri che avevano poco più della mia età.
«Arriva subito ». Mi sedetti su una sedia e aspettai il mio bicchiere.
«Non hai risposto al mio messaggio». La sua voce mi fece sussultare.
Ecco, in quel momento avrei voluto tanto quel dannato braccialetto verde.
Nono, doveva essere per forza un brutto sogno, un incubo. Anzi, peggio. Cos'è peggio di un incubo? La realtà.
Mi girai abbastanza lentamente per non fargli notare che la sua voce mi aveva innescato qualcosa.
Lui, lì, a neanche un metro da me, con la sua bellezza disarmante e quel vestito da sera nero che gli stava d'incanto, aveva rivoluzionato la serata. Era dannatamente bello che era quasi impossibile non ammirarlo e non fu solo la mia reazione. Tutte le modelle e le giovani ragazze nella sala aveva gli occhi solo per il mio vecchio migliore amico e non potevo biasimarle.
Il barista mi portò il mio bicchiere che buttai giù in un sorso convincendo me stessa che fosse whisky così la sua presenza avrebbe avuto un significato.
«Cosa ci fai tu qui?». Era una serata molto riservata. Anche se sua madre era un'attrice famosa, tanto da arrivare ad essere candidata ai Golden Globe, e suo padre un imprenditore molto potente, non si poteva spiegare la sua presenza. Nessuno dei due era legato al mondo dello sport, o almeno, non a quello professionistico. Gareggiava in squadre minori che a quegli eventi non erano presenti. In quel momento mi venne in mente un ricordo di noi due, all' Old Trafford, lo stadio del Manchester United, sugli spalti ad ammirare i giocatore correre da una parte all'altra mentre il padre di Arthur, il quale aveva insistito ad accompagnarci, cercava di stilare un contratto per acquistare un'altra società sportiva, una non molto nota ma che gli avrebbe restituito prestigio. Arthur era felice di questa notizia ma alla fine l'accordo andò in fumo e il signor Raynard perse il sogno di una vita, diventare forte e potente. Ma l'avrei saputo se la famiglia Raynard fosse proprietaria di una squadra. I miei me lo avrebbero detto. Doveva esserci dell'altro.
«Ho firmato un contratto per diventare un pilota di motocross professionista. Questa serata serve per farmi conoscere sponsor e futuri rivali. Tu invece sei qui con i tuoi, giusto?». Annuii scioccata. Amava il motocross? Da quando? Non avevo la minima idea che avesse questa passione fino a quando Eve non mi fece vedere gli articoli sulle riviste o i suoi post su Instagram. Quando eravamo amici non me ne aveva mai parlato, ma eravamo amici quando eravamo piccoli e forse non era ancora innata in lui la passione fino a qualche tempo prima. Era entrato a far parte di una scuderia di motocross nei campionati minori come scoprii da mamma e papà che spesso, quando non erano occupati con la Formula 1 e con il calcio, prestavano servizio proprio in quel campo, e anche grazie a Eve. Mi era capitato di assistere ad alcune gare nel passato, ma solo quelle del campionato principale di motocross e onestamente non ero così esperente , ma dovevo ammettere che era sempre emozione allo stato puro. Amavo i motori.«Sono felice per te» dissi dopo un po'. Lui mi guardò con uno sguardo scettico, pensieroso che non stessi dicendo la verità.
In parte aveva ragione. Da un lato ero felice per lui, era il suo sogno, immagino; dall'altro ciò significava che ad ogni gara a cui i miei mi portavano ci sarebbe stato sempre lui e che ogni gara sarebbe stata condizionata dal fatto che sapevo già che la mia attenzione si sarebbe dedicata interamente a lui. Ma ancora una volta, lesse tutto ciò nei miei occhi.
«Comunque aspetto ancora una risposta...» disse ordinando una Coca Cola. Il barista gliela portò immediatamente e mi riempì di nuovo il bicchiere sorridendomi. Forse aveva capito che per affrontare una conversazione con Arthur Raynard servisse bere, peccato non potesse darmi qualche alcolico.
Ovviamente si riferiva al messaggio che mi aveva mandato nel pomeriggio, il quale ho bellamente ignorato senza ritegno.
Passare una giornata con lui, sarebbe stato estenuante. Ignorare il tutto equivaleva a non renderlo reale. Ma sapevo, infondo, che prima o poi avrei dovuto affrontarlo. Onestamente, preferivo poi.«Anche perché faremo il progetto insieme...», disse bevendo un po' della sua Coca. Quasi soffocai. Che stava dicendo? «Ho parlato con Jack e Abrams e quest'ultimo crede che con te lavorerei meglio».
«è stata una tua idea, vero?». Sapevo gia la risposta, ma avevo bisogno di sentirmelo dire. Potevo far finta di esserne dispiaciuta ma non lo ero. Avrei dovuto in qualunque caso uccidere Jack comunque.