4. Inizio

59 0 0
                                    

Entrai nel Velodromo che mancava ancora un quarto d'ora all'inizio delle lezioni. Il foyer dell'edificio era affollato: decine di ragazzi e ragazze si raggruppavano per presentarsi, far conoscenza, iniziar a far amicizia. Tutto ciò fondamentalmente non mi interessava. Camminavo in mezzo a quella gente nella speranza che nessuno mi fermasse per chiedermi chi fossi, da dove venissi, in che corso fossi. Iniziai di colpo a sentirmi a disagio lì dentro. Uno straniero in terra straniera. Tutte quelle persone avevano dei buoni motivi per starci, lì dentro. Io invece non ne avevo. Cominciai a provare una sorta di insensato disprezzo nei loro confronti. Figli del consumismo, erano la generazione dei Rolex ai polsi e delle serate nei privé, persone che non avrebbero mai dovuto faticare nella loro vita, figli di industriali, politici, uomini d'affari o semplicemente rampolli di una qualche famiglia benestante.

Avrebbero potuto permettersi di tutto se solo lo avessero voluto, perché non erano semplicemente ricchi, ma lo erano in modo spudorato. Quello che più detestavo di tutto ciò era che anche io ne facevo parte, ma il punto cruciale era che non me ne vantavo affatto. A quello ci pensavano i miei genitori. Perché se da un lato ostentavano con altre persone un triste orgoglio nei miei confronti, dall'altro non perdevano un'occasione per ricordarmi che tutto ciò che avevo non era merito mio.

E loro due, per tutto il tempo che avrei studiato in Bocconi, non avrebbero fatto altro che ricordarmi degli innumerevoli sacrifici che avevano dovuto sostenere per potermi permettere di avere le stesse opportunità dei miei agiati coetanei. Soprattutto mio padre, il Ragioniere Danesi, un uomo tutto d'un pezzo che non faceva trasparire alcuna emozione, prendeva buona ogni occasione per farmi notare che ero in debito nei suoi confronti.

Nato e cresciuto con la cultura del risparmio, Danesi era sempre stato abituato ad essere parsimonioso, imponendosi un tenore di vita strettamente utilitaristico. Un taccagno, si potrebbe dire. Spendeva volentieri solo per il bene della famiglia, mentre tutto il resto, per lui, erano puttanate. Ma anche le spese utili dovevano essere supportate dalla giusta motivazione. Doveva esserci sempre una sorta di tornaconto, come una distorta legge karmica in base alla quale per ogni euro che spendeva, dovesse sempre tornargli indietro un qualcosa del medesimo valore, se non di più. Applicava questa formula soprattutto su di me, rendendomi succube della sua presenza. Vivevo col timore di deluderlo, di sprecare il suo tempo, di non renderlo fiero di mee. E ora che avrei iniziato l'università, sapevo già che le aspettative sarebbero cresciute esponenzialmente, si potrebbe dire in modo più che proporzionale rispetto alla quantità di denaro da versare per la retta universitaria. Dopotutto, c'era un piano da portare a termine.

Entrai in classe che alcuni dei miei colleghi erano già dentro, seduti ai primi posti e il più possibile vicino alla lavagna. Molti alzarono lo sguardo per osservarmi. Attraversai spavaldo l'aula, salendo i pochi gradini per sedermi isolato in un posto in alto, lontano dagli altri. Mi dimenticai di tutti i buoni propositi che m'ero ripromesso di rispettare, noncurante di quello che avrebbero pensato i ragazzi con cui avrei dovuto passare i prossimi tre anni.

Posai lo zaino sul banco. Ero teso, e quando sono teso mi viene voglia di fumare. Voltandomi, vidi dietro di me la porta antipanico che conduceva alle scale d'emergenza. Non feci nemmeno in tempo a pensare che la porta potesse essere allarmata che l'avevo già spalancata. Fortunatamente non suonò alcuna sirena. M'accese la sigaretta e ispirai a pieni polmoni. Mi sentì immediatamente meglio.

Non potei nemmeno godere della mia stessa solitudine che una ragazza mi raggiunse fuori dall'aula, una Marlboro in mano e un vestitino floreale addosso.

- Scusami, non è che avresti l'accendino? – mi chiese con una fastidiosissima erre moscia.

- Certamente. – risposi. Mi avvicinai e le accesi la sigaretta. Lei mi ringraziò con un sorriso.

La bellezza nascostaDove le storie prendono vita. Scoprilo ora