36. La fine del preludio 🔒

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Confusa e stanca cerco di rimettermi in sesto per alzarmi dal letto e affrontare il problema maggiore in questo momento.

Confusa e stanca cerco di rimettermi in sesto per alzarmi dal letto e affrontare il problema maggiore in questo momento

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La mia Suzette...
<<Presto troverò il modo dolce mia; ti riporterò qui accanto a me.>>
Le lacrime hanno bagnato il mio volto invadendolo di sentimenti contrastanti: la tristezza per non averla accanto; la paura di non trovare soluzione; la rabbia per non aver evitato il peggio; il senso di colpa per essere stata io la causa di tutto quanto...

<<Ora basta Streghetta! È arrivato il momento di smettere di piangersi addosso, devo reagire, forza!>> Comando la parte razionale di me sgattaiolando via dalla mia stanza per raggiungere l'unico posto che ora mi sembra più valido ed efficace per aiutarmi.

Mi avvicino allo stipite e dallo spiraglio della porta socchiusa il silenzio e la quiete mi arrivano come pugni al centro dello stomaco; sapere di non trovarla qui dentro pronta ad accogliermi, mi toglie il fiato.

Dopo l'indugio iniziale e un bel respiro, attraverso il varco e mi dirigo verso la sua scrivania.
Mi siedo sulla sua poltrona, e tutto è esattamente come lei lo ha lasciato. Questo è sempre stato il suo regno, il suo paradiso, e ora mi sembra un inferno senza la mia Suzette.

Resto a guardare matite, fogli, pastelli, appunti, carte sparse, tutto il suo mondo e di nuovo il magone si ripresenta violento.

Fisso il divano che giace di spalle alla mia postazione e ripenso a quante volte su quella pelle rossa ci siamo abbracciate, consolate, abbiamo riso e pianto. Un fortuito incontro il nostro, che ha scaldato e protetto i nostri cuori in tempesta.

Libero un lamento dalla bocca, mentre stille riempiono ancora i miei occhi.

<<Piangi?>> Trasalisco, assorbita nel silenzio, la voce mi giunge senza direzione. <<Io non faccio altro da quando lei non c'è più.>>

Le altre parole mi chiariscono chi è a parlare e da dove arriva la sua voce.

<<No>> mi asciugo frettolosamente gli occhi. <<A cosa servirebbe?>>

<<A niente, forse. O forse serve per evitare che il dolore ci sommerga.>>

<<Tu perché sei sdraiato lì?>>

<<Per lo stesso motivo per il quale sei seduta su quella poltrona tu.>>

<<Gufetto>>, mi levo dalla seduta e mi avvicino a lui raggirando il divano, <<piangersi addosso non è mai la giusta soluzione...>>

<<E cosa dovrei fare? Io non riesco a far finta di nulla.>>

Sdraiato, affonda di nuovo il volto nel tessuto rosso intriso di pianto.

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