Capitolo 42: Marinare la scuola

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«La ricreazione è finita» annunciò Jay sopra al suono della campanella.

Non risposi.
Le lezioni erano iniziate e noi eravamo bloccati lì dentro.
A momenti sarebbe arrivata Kylie, mi aveva solamente chiesto di essere paziente. Sarebbe arrivata presto.

Ero ancora un po' scioccata per la rivelazione di Jay.
Quel ragazzino, quello stupido ragazzino con il colletto tra le mani di Jay poche ore prima, minacciava di mandare a tutta la scuola una mia foto.
Parlava di una foto "spinta", ma a me, inizialmente, non ne venne nemmeno una in mente.
Non ero tipa da quelle foto, ma poi ricordai.
Feci mente locale e sbiancai di colpo.

«Jay-» gridai strozzandomi con la mia stessa saliva. «Jay, cazzo»

«Che cosa?» mi si avvicinò.

«Forse ho capito di quale foto parlava»

Chiuse gli occhi e sospirò, poi li riaprì. «Dimmi che è solo un selfie allo specchio nel bagno della scuola, ti prego»

«La scorsa estate» sospirai. «C'era una festa. Una di quelle stupide feste alla 'Chad Bennett', no? Beh, ricordo di aver bevuto tanto, troppo. Di quella serata ricordo davvero poco, solo immagini fosche sparse di tanto in tanto. Kelsie mi ha raccontato che-» sbuffai. «-mi sono tolta il reggiseno e mi sono buttata in piscina»

«Keira...»

«Ero sbronza!»

«Tutte le persone presenti alla festa avranno qualche foto, allora!» aggiunse.

«No, ho minacciato chiunque affinché cancellasse ogni cosa. Sai com'è, mio padre, il mio cognome...»

«Evidentemente non è servito, visto e considerato che quel pivellino aveva una tua foto»

Mi portai una mano sulla fronte. «E adesso? Come faccio? Non posso rovinarmi l'ultimo anno e l'ammissione al college per una stupida foto fatta a sedici anni. Era la mia prima sbronza!»

«A quel tipo ci ho pensato io. Credimi, non manderà a nessuno quella foto» incrociò le braccia. «Il problema è solo quello di controllare e verificare che nessun altro abbia tracce di Keira Kelley senza maglietta nel telefono»

«Che merda» sbuffai mettendomi le mani tra i capelli.

«Ehy, stai tranquilla» mi abbracciò. «Supererai anche questa»

In quell'istante capii che i nostri abbracci erano diventati, all'improvviso, del tutto spontanei.
Nessuno dei due provava più vergogna o timore.
Se volevamo abbracciarci, lo facevamo e basta.
Proprio come quattro anni prima.

Appoggiai la testa sul suo petto, ascoltai il suo cuore e mi feci accarezzare dolcemente i capelli da lui stesso. Mi strinsi a lui e chiusi gli occhi. Inspirai il suo profumo, e nello stesso momento, sentì anche le sue narici respirare l'odore di shampoo che emanavano i miei capelli.
Mi sentii bene.

Poi la maniglia della porta venne abbassata velocemente dall'esterno, con uno scatto felino.
Io e il moro ci staccammo dall'abbraccio nel giro di pochi attimi, e di fronte a noi, l'immagine del vecchio inserviente della scuola.
Non proferì parola, non aprì bocca.
Si limitò soltanto a staccare un foglio dal retro della porta dello sgabuzzino.
'Serratura difettosa, non chiudere a chiave'.
Jay Evans, evidentemente, era sinonimo di imbecille.

«Grazie» mormorai uscendo e passandogli di fianco.

«Molto gentile!» aggiunse Jay, seguendomi.

Inaspettatamente, mi prese la mano.
Mi sussurrò 'corri' ed iniziò ad accellerare sempre di più il passo.
Iniziammo a correre per la scuola, mano nella mano. Dita intrecciate e gambe che si muovevano frettolosamente per tutti i piani della scuola.

Sopra lo stesso tetto | #Wattys2019Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora